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Ultimi 6 momenti |
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- da - Rita
25/01/2012 @ 19:50 | Amare è trovare la propria anima attraverso l'anima dell'amato. Quando l'amato si ritrae dalla tua anima allora la tua anima è persa.
EDGAR LEE MASTERS - Antologia di Spoon River
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Lontananza
- da - Rita
21/01/2012 @ 20:23 | La lontananza è un vetro appannato di pioggia, in attesa.
È lo sguardo fisso verso l’ignoto, nella speranza di veder apparire un volto, quel volto. E speri, anche quando sai che è inutile sperare. Attendi, semplicemente.
Ha uno strano sapore, cristallizza i giorni.
Tempo che passa, gira, cambia, mentre un angolo di te se ne va chissà dove, cercando, aspettando, sperando.. di vederlo, sì, vederlo apparire sulla porta come un pellegrino che ha smarrito la strada verso il tempio sacro.
Lo vedi, poi abbassi gli occhi e ti accorgi che lo zerbino è vuoto, intatto, pulito. Non c’è traccia di scarpe, di fango, di terra. La sua terra.
E’ la gioia dell’incontro, ogni volta come la prima, è correre giù per abbracciarlo, dimenticando anche di mangiare.
La lontananza compone strani fantasmi nella notte, che puntuali vengono a cercarti.
Ti calmano quando piangi, consolano la solitudine di chi si sente derubato dal destino.
Si incastra nella quotidianità, la infili nella borsa del lavoro fingendo di non vederla; no, non c’è niente, un giorno qualcuno ha detto basta-non-possiamo-continuare-così-non-so-cosa-voglio-forse-è-meglio-non-vederci-più. E quella frase pesa ogni giorno come una zavorra che ti porti appresso, un castigo divino dato per chissà quale terribile peccato.
Ricordi i momenti, sì, anche quelli di noia, di rabbia, di dolore. Riaffiorano portando con sé tutto quel miscuglio di nostalgia ed ingiustizia che ti si scaglia addosso con la ferocia di una belva selvaggia.
Sì, certo. Ok hai ragione, devo andare avanti, devo smetterla di pensarci, tu hai fatto una scelta, ed io devo rispettarla. E poi basta una canzone, un nome, il rumore di un motore, simile, troppo simile, a quella macchina, e corri di nuovo alla finestra…è tornato! Dio fa che sia lui. Sto morendo di nostalgia. I miracoli non accadono ai cuori infranti.
La lontananza è un immagine che vive nei tuoi occhi e non ha età, supera le stagioni, ma resta, indelebile, come una cicatrice, un tatuaggio dell’anima.
È quell’ultimo, tenero, violento, disperato abbraccio, che ci siamo dati prima di andare…andare chissà dove, ognuno con i suoi ricordi, con le sue paure, milioni di parole come scatole conservate negli armadi, da qualche parte dentro noi…e sono ancora qui, con la nostra vita tra le mani, e l’odore dei tuoi baci sul cuscino al mattino.
Prigioniera del nostro sogno, tu non vieni a salvarmi. La lontananza è la consapevolezza che nessuno dei tuoi sbagli mi fa male più della tua assenza….
È restare qui, fare quello che faccio sempre, aspettando che un giorno la tua voce canti di nuovo, per me, solo per me.
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- da - Rita
16/01/2012 @ 19:46 | Un giorno sarò forte e ti chiamerò. Non mi faranno male le tue parole, nè mi farà paura la tua reazione seccata o gelida. Un giorno sarò forte e quando ti chiamerò sarò felice di sapere che stai bene anche senza me che la tua vita scorre come un fiume, lento e senza scossoni... e anche se sentirò quel carillon suonare farò finta che sia rotto, irrimediabilmente. Non accosterò quel prezioso oggetto al viso sentendo un suono struggente raccontarmi di un altro te, di quello che io ho conosciuto, e di un altra me, perduta tra le nebbie del tempo.
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Oscar Wilde
- da - Rita
09/01/2012 @ 13:18 | Io non voglio cancellare il mio passato... perchè nel bene o nel male mi ha reso quello che sono oggi. Anzi ringrazio chi mi ha fatto scoprire l’amore e il dolore, chi mi ha amato e usato, chi mi ha detto ti voglio bene credendoci e chi invece l’ha fatto solo per i suoi sporchi comodi. Io ringrazio me stesso per aver trovato sempre la forza di rialzarmi e andare avanti, sempre.
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- da - Rita
08/01/2012 @ 17:02 | Quando guardo al di la delle nuvole ho la netta sensazione che tu mi stia sorridendo.
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Odio capodanno
- da - Rita
02/01/2012 @ 14:49 | "Odio il capodanno. Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date. Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante. Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. [Antonio Gramsci, 1° Gennaio 1916 su l’Avanti!, edizione torinese, rubrica “Sotto la Mole”]
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Pianoforte |
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Acqua tra le mani. Acqua, vento e sale, la costa lambisce il mare, con geniale delicatezza. Ed io? Dove sono in tutto questo? Sono incastrata in un tasto. Un ritenuto di troppo. Io non mi muovo. Resto immobile mentre il suono prende, incalza, si fa spazio, spesso urla. Cerca invano la mia attenzione. Ma io sono altrove. Dove, non lo so. Lui mi culla, il mio piano, uno sguardo fedele che mi accompagna nelle notti gelide d'inverno. Sfrontato ed elegante, a volte davvero insolente, terribilmente perfetto. Mi fa sentire piccola e inutile. Come l'amore. Rincorro sogni sulla sabbia, sembrano tante minuscole perline, cantano alla luce della luna, raccontano. Non stanno zitte un attimo. E il mio piano le accoglie, con magistrale simmetria. E' dolce. Il silenzio del cuore avvolge le tenebre del mondo. Solo io guardo quest'orizzonte sconosciuto, ora, chiedendomi ancora una volta perchè non sei qui con me.
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